COVIP, pubblicato il comparatore dei costi delle forme pensionistiche complementari

La COVIP ha pubblicato il Comparatore dei costi delle forme pensionistiche complementari, uno strumento interattivo che consente di raffrontare, anche in forma grafica, gli Indicatori sintetici dei costi (ISC) relativi a differenti linee di investimento di una o più forma pensionistica complementare.

Per favorire il confronto dell’onerosità tra le diverse forme pensionistiche, segnala infatti la Commissione nella presentazione del nuovo servizio, viene utilizzato l’ISC (Indicatore sintetico di costo), un indicatore “che esprime in modo semplice e immediato il costo annuale, in percentuale della posizione individuale maturata, sostenuto da un iscritto ad una forma pensionistica”.

L’ISC è calcolato secondo una metodologia definita dalla COVIP, in modo analogo per tutte le forme pensionistiche complementari, facendo riferimento a un aderente-tipo che versa un contributo annuo di 2.500 Euro e ipotizzando un tasso di rendimento annuo del 4%. Per il calcolo dell’indicatore vengono utilizzati i costi standard applicati dalle forme pensionistiche, senza tenere conto delle eventuali agevolazioni riconosciute a particolari categorie di aderenti.

“Per compiere scelte previdenziali consapevoli e adeguate – evidenzia ancora la Commissione – è necessario conoscere le caratteristiche delle forme pensionistiche. In particolare, è importante valutare i costi applicati, in quanto possono avere un impatto significativo sulla pensione che verrà erogata. Occorre infatti tenere presente che, a parità di condizioni, all’aumentare dei costi sostenuti minore sarà la prestazione pensionistica ricevuta al momento del pensionamento”.

Un ISC del 2% invece che dell’1%, ad esempio, può ridurre il capitale accumulato dopo 35 anni di partecipazione al piano pensionistico di circa il 18%.

Il comparatore sostituisce gli elenchi ISC in precedenza pubblicati sul sito della COVIP ed ha lo scopo di semplificare il confronto sull’onerosità delle diverse forme pensionistiche. I valori di ISC pubblicati nelle elaborazioni del comparatore sono quelli riportati nella “Scheda dei costi” predisposta da ciascuna forma pensionistica. E’ possibile accedere al dettaglio dei costi della singola forma pensionistica anche tramite il sito della Commisione, utilizzando l’elenco dei link delle schede dei costi.

 

Fonte: Intermedia Channel

Gestioni separate ancora oltre il 3% anche nel 2016

I fondi assicurativi promossi dagli agenti hanno reso in media il 3,55% contro il 2,92% della bancassurance

In tempi di tassi scesi a zero (se non in area negativa) le gestioni separate assicurative mantengono le loro posizioni confermandosi un ottimo investimento per chi ha ancora vecchi contratti magari con minimo garantito. Secondo l’Osservatorio Mia sull’innovazione di prodotto nel mercato assicurativo di Prometeia i rendimenti medi lordi di mercato dalle gestioni separate collegate a prodotti assicurativi di investimento e risparmio ancora in collocamento sono passati dal 3,56% del 2015 al 3,16% contenendo la discesa a 40 punti base. Una performance che si confronta con lo 0,91% messo a segno dall’indice Rendistato (titoli di Stato italiani) e con un’inflazione negativa dello 0,9%.

«Un ottimo risultato, se si considera che è stato ottenuto in un contesto di rendimento medio dei titoli di Stato decennali inferiore all’1% e di inflazione negativa – sottolinea Stefano Frazzoni, senior manager responsabile Insurance Business Line di Prometeia –. Un dato reso possibile sia da rendimenti cedolari di titoli in portafoglio ancora elevati, sia dal realizzo di plusvalenze e anche da una graduale apertura delle compagnie verso investimenti alternativi. Inoltre occorre considerare che questo risultato non è stato ottenuto “fermando” la produzione, ma raccogliendo, nel 2016, nuovi premi netti per quasi 30 miliardi di euro su una massa che a fine 2015 era pari a 445 miliardi di euro». Nel 2016, come fa notare Frazzoni, si è anche allargata la forbice fra le gestioni collocate prevalentemente dai canali tradizionali (agenti e broker) e le gestioni bancassicurative: mentre le prime hanno realizzato mediamente un rendimento lordo del 3,55%, in calo di 17 punti base rispetto al 2015, la media delle gestioni bancassicurative è scesa sotto la soglia “psicologica” del 3%, attestandosi a 2,92%, con una contrazione di 53 punti base rispetto all’anno precedente.

Naturalmente si tratta di rendimenti al lordo del fisco e della percentuale di rendimento trattenuta dalla compagnia e che può variare tra lo 0,8% e l’1,5%. Il rendimento netto medio scende dunque in area 1,5%-2%. Va poi considerato l’effetto fiscale (12,5% per la parte investita in proventi dei titoli di Stato e simili e 26% per il resto). Nel bilancio bisogna mettere in conto eventuali caricamenti iniziali o penalizzazioni in caso di riscatto anticipato. Il primo della classe quest’anno è il fondo Gesav Re (+4,24%) che vanta un patrimonio di 422 milioni di euro, mentre la quasi omonima gestione storica Gesav, sempre del gruppo Generali Italia, un colosso da 38,8 miliardi di euro, chiude l’anno con un rendimento lordo comunque degno di nota viste le masse gestite pari al 3,68%.

A due facce i risultati per Reale Group, che con il Fondo Reale, gestione separata che viene aperta però solo in finestre spot e con limitati plafond (e pertanto non è stata inserita nella tabella che segue) ha chiuso l’anno al 5,79%. Guardando invece alle gestioni “in concorso”, essendo ancora legate a delle polizze di ramo I in collocamento, Reale è seconda nella classifica con il fondo Valuta Reale (+4,23%) e si piazza a metà classifica con il Fondo Reale Uno (2,87%) ma scivola allo 0,83% con Reale Due, ultima gs classificata. La società motiva le diverse performance con i differenti obiettivi ed età anagrafoca dei fondi. «Reale due è una nuova gestione separata aperta primo gennaio 2016 e pensata per chi desidera solo garanzia capitale – spiegano dalla società –. L’obiettivo dunque non è tanto il rendimento ma la protezione richiesta, per esempio, da chi ha specifiche finalità successorie. Chi cerca maggior rendimento deve accettare un maggior rischio e puntare sulle multiramo investendo almeno la metà del capitale anche sulle unit linked». Una filosofia seguita sull’investimento dei premi unici di rilievo anche da tanti altri gruppi. Molti compagnie per garantire i vecchi assicurati, tenuto conto dei tassi tecnici ancora previsti in alcuni contratti, tendono a chiudere le gestioni separate storiche a nuovi investimenti, se non realizzati tramite prodotti multiramo o mediante in polizze con premi annui.

 

Fonte: di Federica Pezzatti – Il Sole 24 Ore

Previdenza? Serve educazione

Un progetto che evidenzi l’urgenza di pianificare il futuro pensionistico è tra i primi impegni di Assofondipensione

Il sistema del secondo pilastro sconta oggi difficoltà legate alla crisi economica, alla crisi del mercato del lavoro, nonché alla scarsa fiducia nei mercati finanziari e una serie di “voragini informative”. «Occorre un serio e incisivo intervento per il rilancio del settore, per la costruzione, a favore di tutti, di un pilastro solido a supporto del primo sostegno pubblico, non più generoso come in passato e che, con l’invio della “Busta arancione” da parte dell’Inps, sta svelando i suoi limiti alla collettività». Non ha dubbi Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione da dicembre 2016, e socio e consigliere delegato della holding Maggi Group SpA che interverrà al Salone del Risparmio nella conferenza sul tema previdenziale che avrà luogo il 13 aprile.

Maggi, che dal maggio 2016 è anche presidente del Comitato tecnico Welfare di Confindustria Nazionale, giudica positivamente le novità normative contenute dalla legge di Bilancio 2017 e quelle contenute nelle bozze dei provvedimenti di prossima emanazione come il Ddl Concorrenza. «Temi di notevole rilevanza saranno la crescita dimensionale dei fondi (in termini di iscritti e quindi di patrimoni gestiti), nonché la diversificazione delle loro scelte di portafoglio, anche al fine di contribuire al sostegno dell’economia reale del Paese». Il presidente di Assofondipensione si riferisce anche all’intervento legislativo sugli investimenti nell’economia italiana previsti dai commi 92-96 della legge di bilancio (n. 232/2016) che ha introdotto l’esenzione per i redditi derivanti da investimenti qualificati (azioni o quote di imprese residenti in Italia o Ue o See fino a un massimo del 5% del patrimonio) che rappresentano un ulteriore stimolo per l’Italia. Un Paese dove, anche nel settore della previdenza, «occorre un deciso sforzo per mettere in atto un progetto di educazione previdenziale e di comunicazione istituzionale che coinvolga il Governo, le istituzioni pubbliche e private dedicate, le parti sociali e i fondi pensione», spiega Maggi. È questo infatti il primo punto del Piano di attività 2016-2019, approvato di recente dal consiglio direttivo dell’associazione che riunisce i fondi negoziali che alla fine del 2016 gestivano risorse per 46 miliardi di euro (+8% rispetto al 2015) per lo più allocati in bond (pubblici e privati).

Nel programma c’è anche la richiesta di favorire ulteriormente il regime fiscale del secondo pilastro, con l’allineamento ai trattamenti riservati ai fondi pensione in altri Paesi europei (Eet), con l’eliminazione del criterio del pro-rata nella tassazione della prestazione e con l’introduzione della tassazione dei rendimenti sul “realizzato” sulla falsariga dei fondi comuni. C’è poi il nodo della destinazione del Tfr alla previdenza complementare (oggi facoltativo), con l’introduzione di strumenti idonei a sostenere l’equilibrio finanziario delle Pmi. L’associazione chiede poi di completare la razionalizzazione dell’offerta dei fondi pensione esistenti, in modo da pervenire ad assetti organizzativi maggiormente efficienti ed efficaci per gli iscritti e per i potenziali aderenti (accorpamenti).

Altre voci dell’industria come Assoprevidenza sollecitano anche la possibilità per la previdenza complementare di avere accesso al mercato dei Pir. E di risolvere il problema della liquidità dei fondi pensione non protetta da Bail-in.

Fonte:Federica Pezzatti – Plus24, Focus Salone del Risparmio

LTC, Italia alle corde. Adesso urge una stampella privata

Secondo recenti statistiche in materia, il 5,5% della popolazione in Italia non è autosufficiente: dei 3.167.000 non autosufficienti italiani, oltre il 50% è assistista da famiglie con scarse disponibilità economiche. I numeri obbligano dunque a una riflessione sulla situazione della Long Term Care nel nostro Paese

 

Prima di tutto i numeri. Secondo l’ultimo rapporto del Censis sul tema, in Italia il 5,5% della popolazione, ovvero 3.167.000, non è autosufficiente. Tra questi, le persone con non autosufficienza grave, in stato di confinamento, ossia costrette in via permanente a letto, su una sedia a rotelle o nella propria abitazione per impedimenti fisici o psichici, sono quasi la metà, per l’esattezza 1.436.000. E ancora: il modello tipicamente italiano – fatto secondo il Censis di una “centralità della famiglia con esercizio della funzione di caregiving e presa in carico della spesa per le esigenze dei non autosufficienti oltre che di un mercato privato di assistenza in cui l’offerta è garantita per la gran parte da lavoratrici straniere” – scricchiola.

A rivelarlo è un altro dato eloquente: il 50,2% delle famiglie con una persona non autosufficiente (contro il 38,7% delle famiglie totali) ha a disposizione risorse familiari scarse. Per fronteggiare il costo privato dell’assistenza ai non autosufficienti, ancora il Censis sottolinea che 910mila famiglie italiane si sono dovute “tassare”, mentre altre 561mila hanno utilizzato tutti i propri risparmi, venduto la casa o si sono indebitate. Tutto ciò deriva anche dall’approccio dei cittadini alla non autosufficienza, che viene affrontata solo quando è conclamata. Specificatamente, il 30,6% dei cittadini non ci pensa e il 22,7% vedrà il da farsi quando accadrà. Il resto della popolazione conta sui risparmi accumulati (26,1%), sul welfare (17,3%) e sull’aiuto dei familiari (17%).

Numeri che fanno capire come la copertura Ltc, per essere sostenibile, ha bisogno di una “stampella” privata, offerta ad esempio da fondi sanitari integrativi come Assidai. Del resto, un’altra criticità, altrettanto rilevante, è destinata ad aumentare il peso dell’Ltc nei prossimi anni. Il nostro Paese detiene il primato della popolazione più anziana in Europa, con il 22% di ultra 65enni nel 2015 (di cui circa la metà oltre i 75 anni). Una quota che, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, dovrebbe crescere fino al 33% entro la metà del secolo.

In Italia, inoltre, secondo le stime della Ragioneria Generale dello Stato, la spesa pubblica per Ltc ammonta all’1,9% del PIL, di cui circa due terzi erogati a soggetti con più di 65 anni. Il 90% di tale esborso è composto, in parti pressoché uguali, dalla componente sanitaria della spesa e dalle indennità di accompagnamento. Spesa che lo Stato italiano e gli enti pubblici sono purtroppo sempre meno in grado di sostenere.

 

Fonte: Il Punto Pensioni&Lavoro

Previdenza complementare, a dieci anni dalla riforma i fondi pensione battono il Tfr 4 a 2

(di Marco lo Conte – Quotidiano del Lavoro)

La previdenza di categoria ha reso il 44% in più

Sembra un’eternità, eppure sono passati solo 10 anni da quanto quasi l’80% dei lavoratori dipendenti ha detto no alla previdenza complementare, per non lasciare il proprio caro vecchio Tfr. Sembrava un tabù destinarlo ai fondi pensione: a dieci anni dall’entrata in vigore della 252/2005 è invece evidente che la maggioranza ha compiuto la scelta meno efficiente. Ovviamente due lustri non corrispondono al maggior “lungo termine” valutabile, ossia l’arco temporale della vita lavorativa di un individuo. Ma per mettere a confronto le due opzioni abbiamo identificato insieme a Consultique (società di consulenza finanziaria indipendente) le posizioni di quattro ipotetici “gemelli”, che 10 anni fa hanno destinato il Tfr rispettivamente: in azienda o allo Stato (in caso di azienda con oltre 50 dipendenti), a un fondo negoziale, a un fondo aperto o a un Pip a gestione separata. Quindi abbiamo calcolato il montante prodotto dalla rivalutazione dei contributi versati alle diverse forme e preso in considerazione la media annua dei rendimenti di ciascuna forma previdenziale, oltre che i tassi di rivalutazione della “liquidazione” in questi decenni.

Il risultato evidenzia che chi ha “mantenuto il Tfr in azienda” oggi abbia un capitale inferiore rispetto a chi ha aderito alla previdenza complementare. E tra le diverse forme, i fondi di categoria sono quelli che mostrano la capacità di rivalutazione maggiore: in media +44% sul Tfr. Il vantaggio resta comunque intorno al 25% anche se si sottrae dal capitale investito la quota di contribuzione volontaria e datoriale (rispettivamente 1%), tipica dei fondi negoziali e deducibile fiscalmente.

I fondi pensione, che utilizzano la finanza a fini previdenziali, hanno mostrato di saper rivalutare i contributi dei lavoratori sui mercati finanziari, più del tasso di rivalutazione del trattamento di fine rapporto (75% dell’inflazione più 1,5%); un tasso ambizioso per uno strumento prudente, eppure battuto dal sistema previdenziale, nonostante non siano mancate in questi anni le crisi finanziarie: il crack Lehman del 2008 e la crisi del debito italiano, culminato nell’autunno del 2011, su cui i fondi pensione sono molto esposti (tuttora circa un quarto del portafoglio). Da registrare che su 54 comparti dei fondi negoziali attivi il primo gennaio 2007 solo 6 mostrano rendimenti inferiori a quelli del Tfr; tra i fondi aperti oltre i due terzi battono il Tfr.

A confortare sulla convenienza dell’opzione per i fondi pensione interviene un altro elemento: in questo decennio i fondi pensione sono stati utili ai loro sottoscrittori, in quanto dai propri “conti previdenziali” i lavoratori hanno potuto attingere per far fronte alle proprie necessità: oltre che per spese sanitarie e prima casa, la normativa consente agli aderenti ai fondi pensione di chiedere anticipazioni per “ulteriori esigenze” per il 30% del montante, dopo otto anni di iscrizione al fondo. E infatti nel 2015 si è registrato un picco delle anticipazioni: da 1,4 a 2,1 miliardi di euro secondo Covip, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione. Una tendenza che conferma come i fondi pensione siano serviti ai lavoratori per le loro contingenze e per evitare di indebitarsi ulteriormente; anche se in questo modo hanno smontato quanto accumulato e ridotto le prestazioni future, almeno finchè non si reintegrino le posizioni individuali (beneficiando delle agevolazioni fiscali).

Ma se razionalmente l’adesione ai fondi pensione è così conveniente, perchè ancora oggi solo una minoranza vi aderisce? Diverse le ragioni e oggetto di studi, non solo di politici ed esperti di previdenza ma anche di psicologi: la finanza comportamentale spiega quanto sia difficile costruirsi un piano di lunghissimo termine senza soluzioni semi-obbligatorie o “spinte” del sistema. La volontarietà lascia soli i lavoratori, liberi più spesso di sbagliare che di fare il proprio interesse. Tanto che alle migliori performance finanziarie spesso non corrisponde eguale “successo” di adesioni: secondo l’ultimo bollettino Mefop, al fondo di categoria con il miglior rendimento a dieci anni, Astri (comparto bilanciato, +58,98%), è iscritto poco più della metà degli aventi diritto; a Cooperlavoro (secondo in classifica), meno di uno su 5. Un ampliamento agli investimenti nell’economia reale del proprio contesto economico, può risultare un buon volano anche per le adesioni. «Fermo restando l’obiettivo di garantire la pensione e il rispetto delle attuali regole di diversificazione e controllo dei rischi – dice Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensioneè opportuno promuovere gli investimenti a vantaggio dell’economia reale italiana, assicurando così che dagli stessi enti provenga un flusso di risorse a sostegno dello sviluppo infrastrutturale del Paese e delle imprese di medie dimensioni impegnate in processi di crescita».

«Stante la situazione e le prospettive dei mercati finanziari – conferma Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza, i risultati di rendimento sin qui conseguiti debbono essere consolidati attraverso un ragionevole ricorso a validi investimenti alternativi, nel cui ambito possono anche trovare collocazione gli impieghi nella cd economia reale, purché scelti senza mai dimenticare la finalità prima dei fondi pensione: la tutela dei propri aderenti».

L’omicidio stradale da oggi è Legge in vigore

Da oggi, 25 marzo 2016, entra in vigore la Legge 23 marzo 2016 n. 41, quella sul cosiddetto omicidio stradale, dal momento che due giorni fa è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n. 70. Le novità introdotte sono molteplici sia per la platea dei relativi destinatari che per gli ambiti di applicazione a tal punto che, a tutela giuridica di tutte le parti coinvolte in un incidente stradale mortale o con gravi lesioni, diventa nevralgica la fase delle indagini e della corretta segnaletica stradale.

La nuova Legge, richiesta da oltre 10 anni dalle diverse associazioni delle vittime della strada e da diversi ambiti della società civile, ha destato pareri contrapposti circa l’effettivo beneficio. Per cercare di capirne qualcosa in più abbiamo incontrato l’On. Emiliano Minnucci (PD), Deputato dal giugno 2014, membro della Commissione Parlamentare Trasporti, Poste e Telecomunicazioni e della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro; il Deputato del Partito Democratico è stato sostenitore attivo sin dagli albori della Legge sull’omicidio stradale e lo abbiamo quindi interessato con alcune domande sul tema.

On. Minnucci, quali novità ha introdotto la nuova Legge?

“La modifica principale contenuta nella legge è l’introduzione dei due reati di ‘omicidio stradale’ e ‘lesioni personali stradali’. Aumentano le pene se chi guida è ubriaco o drogato, da 3 a 5 anni per lesioni gravi e da 4 a 7 per quelle gravissime. Se il colpevole ha un tasso alcolemico fino a 0,8 g/l o se l’incidente è causato da manovre pericolose la reclusione sarà da un anno e 6 mesi a 3 anni per lesioni gravi e da 2 a 4 anni per le molto gravi. L’ipotesi più grave di omicidio stradale, inoltre, si applica ai conducenti di mezzi pesanti e agli autisti di autobus anche in presenza di un tasso alcolemico sopra gli 0,8 g/l. Nel caso di fuga del conducente dopo l’incidente scatta l’aumento di pena da un terzo a due terzi, e la pena non potrà essere inferiore a 5 anni per l’omicidio e a 3 anni per le lesioni. Altre aggravanti sono previste se c’è la morte o lesioni di più persone oppure se si è alla guida senza patente o senza assicurazione. La pena è diminuita sino alla metà quando l’incidente è avvenuto anche per colpa della vittima. In caso di condanna o patteggiamento per omicidio o lesioni stradali viene automaticamente revocata la patente. Un’altra patente sarà conseguibile dopo 15 anni, in caso di omicidio, o 5 anni, in caso di lesioni. Il termine è aumentato nelle ipotesi più gravi, se ad esempio il conducente è fuggito dopo l’omicidio stradale, dovranno trascorrere almeno 30 anni dalla revoca. Sono queste le novità sostanziali di una legge che, oltre a sviluppare un’azione concreta di deterrenza, rende giustizia alle vittime dei pirati della strada”.

Prima di questa Legge come era disciplinato il caso di omicidio stradale?

“Prima della legge, era previsto il reato di omicidio colposo che prevedeva una pena da sei mesi a cinque anni. Le infrazioni più gravi come l’eccesso di velocità e passaggio col semaforo rosso, inversione su dossi o curve, e guida contromano in autostrada in ogni caso non erano puniti con la reclusione mentro lo stato di ebbrezza era punito con l’arresto fino a 6 mesi per un tasso alcolemico da 0.8 a 1.5, e da 6 mesi a un anno per un tasso superiore 1.5 mg/litro. Per l’omissione di soccorso in presenza di danni alle persone, inoltre, era prevista una pena con la reclusione da sei mesi a tre anni, nel caso di morte o di lesioni a una o più persone, la pena poteva arrivare a quindici anni di carcere”.

Chi ne esprime un giudizio negativo, come nel caso del Senatore Giovanardi e buona parte delle opposizioni, paventa il rischio che un qualsiasi onesto cittadino per una casuale distrazione di guida potrebbe andare direttamente in carcere come un qualsiasi delinquente. Cosa ne pensa?

“A tutti coloro che hanno parlato di ‘vera e propria mistificazione’ rispondo semplicemente con la soddisfazione di tutti i familiari delle vittime e dei cittadini impegnati nelle Associazioni che si sono battute su questa questione fondamentale e che oggi ci ringraziamo per questo importante risultato. La nuova legge, ribadisco, che non si tratta assolutamente di una norma giustizialista ma offre, altresì, due risposte chiare e significative: da un lato, infatti, rende giustizia a tutti coloro cioè che hanno subito un danno fisico o nei loro affetti più cari, dall’altro si pone anche un compito pedagogico ed educativo”.

Il mondo delle Imprese di Assicurazione, anche attraverso l’ANIA, ha espresso un giudizio positivo; come giudica la previsione in alcune polizze rcauto di garanzie che eliminano la possibilità di rivalsa in seguito ad incidente stradale causato dal conducente in stato di ebrezza o di assunzione di stupefacenti?

“L’atteggiamento assunto dalle Imprese di Assicurazione è un atteggiamento positivo. Una scelta che mi auguro possa concretizzarsi nel breve tempo possibile perché rafforzerebbe la volontà, espressa dalla legge stessa, di offrire un vero strumento di deterrenza e dall’alto valore pedagogico ed educativo contro quel sentimento di irresponsabilità e di superficialità che sono le maggiori cause di morti stradali”.

Lo scenario, da oggi in poi, cambia radicalmente; vedremo quali saranno gli impatti e le relative evoluzioni.

 

Fonte: Intermedia Channel